Menu di sezione

Patrimonio storico e artistico

Patrimonio storico ed artistico

Il progetto del Palazzo, nasce dall’ambiziosa idea del Guardasigilli Zanardelli di erigere sulle rive del Tevere un “tempio” alla Giustizia: e se la imponente monumentalità del complesso è già evocativa del carattere templare che si voleva fosse connaturata alla costruzione, ancor più lo è l’Aula Magna (o Aula Massima) che corre come la navata di una chiesa verso una conclusione absidale. Non a caso l’affresco, dovuto al tratto solenne dell’arte di Cesare Maccari (1840-1919), che impreziosisce l’abside, raffigura la consegna del Codice all’imperatore Giustiniano, che fu il primo, come ci ricorda Adriano Prosperi, nel suo libro “Giustizia bendata”, a pensare di erigere alla Giustizia un tempio.
Il valore intensamente simbolico dell’immagine fissata sulla parete absidale trova sostanza nell’eco immediata della rappresentazione che della medesima “vicenda” tratteggia Raffaello negli affreschi della Stanza della Segnatura nei Musei Vaticani, luogo che prende il nome daI più alto Tribunale della Santa Sede, la Segnatura Grariae et Iustitiae, presieduto dal pontefice e che ivi usava riunirsi in questa sala intorno alla metà del XVI secolo: ancora una volta un luogo ove si amministrava giustizia.
Raffaello colloca significativamente la legge – come legge canonica (raffigurata con Gregorio IX che approva le Decretali) e come legge civile (raffigurata, appunto, con Triboniano che consegna le Pandette a Giustiniano) – insieme alle Virtù Cardinali e Teologali, come simbolo evocativo del “Bene”. E’ la rappresentazione iconografica del percorso della legge, e quindi della giustizia, da norma consuetudinaria a norma scritta, un percorso che anche il Maccari ha voluto iscrivere sulle pareti dell’Aula Massima del Palazzo di Giustizia descrivendo, attraverso la solenne dinamicità delle immagini, un viaggio che corre dalla pubblicazione delle XII Tavole fino alla consegna delle Pandette a Giustiniano e poi alla renovatio imperii do Ottone III, aspirazione alla comunità della legge romana oltre l’età dell’impero.
La tesa atmosfera dell’Aula trova simbolica espressione non solo negli affreschi descrittivi della trasformazione della legge in norma scritta, ma anche nella rappresentazione iconografica della Giustizia, che il Maccari, in due affreschi che ornano il “cielo” dell’Aula stessa, il primo posto appena dopo l’ingresso e l’altro prima della terminazione absidale, raffigura in una doppia dimensione, “statica” e “dinamica”, ognuna delle quali evoca i simbolismi che tradizionalmente l’hanno caratterizzata.
Così nel primo affresco la Giustizia è una donna incoronata che regge una bilancia in una mano e nell’altra impugna una spada, poggiando la propria autorità sulla legge (il libro) e sulla forza il leone (il libro). La bilancia è uno dei più risalenti attributi della “giustizia”, tanto che vanta precedenti in epoca egiziana come la raffigurazione della dea Ma’at nel Libro dei Morti di Hor, alla quale era affidato il compito di giudicare l’anima del defunto sul limitare che divide la vita terrena da quella dell’al di là: la dea è rappresentata con una bilancia e una piuma di struzzo pronta ad escludere dal regno dei morti le anime che pesassero più della piuma. Un legame, è la bilancia, della Giustizia con la sfera del divino, che diventerà sempre più intenso nella tradizione cristiana medievale, come svela l’aforisma “Iustitia id est Deus”
Alla bilancia si aggiunge poi, in particolare a partire del XIII secolo, la spada come simbolo della punizione dei malvagi, in una visione del “riequilibrio” atteso dal “giudizio universale”, ma anche simbolo della forza di cui occorre sia munito l’esito del giudicare le umane cose: ancora una volta l’ispirazione del Maccari trova un eco nella pittura di Raffaello che affresca la volta della Stanza della Segnatura raffigurando la Giustizia come una donna incoronata che impugna la spada con una mano mentre regge nell’altra una bilancia, immagine assai simile a quella che si trova dipinta sul soffitto dell’ingresso nell’Aula Massima del Palazzo di Giustizia.
Nel secondo affresco, quello che si trova dipinto sul soffitto della stessa Aula, prima dell’abside, la Giustizia è raffigurata ancora con la spada, ma, diversamente dal primo affresco, essa appare bendata, così evocando l’ulteriore attributo della “cecità”, il quale, pur essendo stato letto anche come espressione della “follia” nella arbitrarietà delle decisioni, ha finito per affermarsi in una versione positiva, come espressione della irrinunciabile “imparzialità” del giudice, anche per l’efficacia che l’interdizione del vedere può avere nell’impedire la corruzione, nemica di una Giustizia che sia fedele a se stessa. Tanto è dimostrato dal fatto che nell’arte figurativa a partire dal XV secolo una delle più frequenti rappresentazioni della giustizia è costituita, soprattutto in Olanda e in Germania, dal c.d. “Giudizio di Cambise”, come nello splendido dipinto di Gérard David nella sala del tribunale di Bruges: l’episodio narrato da Erotodo, e richiamato da Valerio Massimo come esempio di severa punizione del giudice corrotto, riferisce che Cambise fece spellare vivo il giudice Sisamne, in ragione della sua corruttibilità, e della stessa pelle fece rivestire il seggio sul quale costrinse a succedere Otanes, il figlio del giudice, in modo che da quel seggio, memore, amministrasse giustizia, secondo giustizia.
Ma una identica forza espressiva ha l’affresco del Maccari, che intensamente descrive una giustizia, che nell’imparzialità garantita dall’attributo della cecità, separa il bene dal male con la spada sguainata e tende al cielo, con alle spalle un angelo che nella sua figura alata condensa l’ispirazione divina, un ramo d’ulivo, simbolo della Pace, perché è la giustizia il più saldo fondamento della pace e come canta il salmista nel tempo di Dio “giustizia e pace si baceranno”.
Una pittura altamente simbolista, quella del Maccari, che rafforza la solennità del luogo e segna, nella drammatica intensità delle figure, la difficoltà dell’impegno degli uomini a tener fede, sempre, ad una imparziale amministrazione della giustizia da realizzare nella concretezza dell’esperienza. Una giustizia che sappia anche essere diretta ed efficace come sembra voler suggerire l’iscrizione della cornice dell’Aula che riporta una sententia di Rubilio Siro: Ninium altercando veritas admittitur, il troppo discutere nasconde la verità e la verità è quello che alla giustizia ogni uomo chiede.

Galleria