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Scoperte archeologiche

Crepereia Tryphaena

In un clima teso e denso di polemiche, soprattutto da parte degli stranieri che accusano la classe politica e gli archeologi di speculazione e vandalismo, si intensifica nell'ultimo decennio del XIX secolo quel processo di trasformazione urbanistica di Roma per il suo nuovo ruolo di capitale.

L'improvviso aumento della popolazione costringe a una rapida e convulsa attività edilizia, che porta alla costruzione dei nuovi quartieri (Viminale, Esquilino, Quirinale, Prati ecc.), all'ampliamento delle strade principali con la conseguente demolizione di ville, palazzi e chiese in tutte le zone della città. Mentre si giustifica l'estrema necessità per pubblico interesse di demolire per far posto ai nuovi edifici, si moltiplicano le scoperte archeologiche e il ritrovamento di strutture murarie antiche rapidamente scavate e altrettanto rapidamente ricoperte dalle fondazioni dei nuovi palazzi. I rinvenimenti vengono esaminati e più o meno dettagliatamente descritti, ma i tumultuosi lavori su zone cosi estese eseguiti in uno stesso periodo permettono una limitata documentazione, tanto da far temere di "essersi lasciata sfuggire un'occasione che non è per tornare, che è perduta per sempre", come dice Lanciani nella sua comunicazione Sulla Conservazione dei Monumenti di Roma, letta all' Accademia dei Lincei nel 1886. Le ricerche archeologiche, però, devono andare di pari passo con le impellenti esigenze di ampliamento, di applicazione di piani regolatori, di risanamento di alcune zone, di demolizione di strutture antiche. E assai rapidamente la città cambia aspetto: "Roma, vista da una delle alture vicine, per esempio da Monte Cavo, non è più " come dice Lanciani " la Roma dei nostri sogni, di una bella tinta bruna, circondata da una densa massa di fogliame: è un'immensa macchia bianca di circa sei miglia di diametro, circondata direttamente dal deserto della campagna".

Una zona come quella di Prati di Castello, pressoché inalterata dal Rinascimento sino agli ultimi anni del XIX secolo, occupata da vigne prima e poi da sporadici edifici prospicienti sul Tevere, viene modificata integralmente nelle sue caratteristiche di paesaggio fluviale in cui spiccavano i grandi complessi di San Pietro, del Vaticano e di Castel Sant' Angelo. Viene demolito il recinto pentagonale e le fortificazioni medioevali di "Castello", si amplia il letto del Tevere con la conseguente radicale sistemazione in muratura degli argini, tutta la zona intensamente urbanizzata darà luogo al nuovo quartiere Prati.

Qui nel 1889 fervono i lavori per la costruzione del ponte Umberto I a cura dell'Ufficio tecnico speciale del Tevere, organo nato in occasione dell'imponente opera di bonifica, e per la costruzione del monumentale Palazzo di Giustizia affidata dalle autorità municipali all'ing. Calderini.

Per questo nuovo complesso il Comune acquista un'area che era zona militare al di fuori degli spalti di Castel Sant' Angelo ed espropria e demolisce alcuni edifici di proprietà privata. I lavori, che prevedono sterri di notevole entità per la messa in opera delle complesse fondazioni su terreno argilloso, portano al rinvenimento di strutture murarie antiche in gran parte demolite per la costruzione del palazzo. Documentazione di queste murature resta in una pianta eseguita dal Calderini notevolmente dettagliata, ma priva di una differenziata simbologia che ne permetta una precisa interpretazione. Più sommario è, invece, il rilievo della Forma Urbis del Lanciani, che evidentemente non aveva potuto esaminare le strutture murarie scoperte giorno per giorno e delle quali "è stato appena possibile toglierne una pianta approssimativa" per il loro stato di conservazione assai degradato e forse per non rallentare i lavori di scavo "cui attendono più centinaia di carri e circa un migliaio di operai". Con queste laconiche giustificazioni Lanciani, che proprio in quegli anni portava avanti il monumentale lavoro di ricostruzione della topografia di tutta Roma antica con straordinaria attenzione e scrupolosità, lamenta - si legge tra le righe - l'impossibilità di poter documentare correttamente i ritrovamenti, riproponendo l'accesa polemica sulla necessità di conciliare l'attività edilizia con le esigenze della ricerca storica ed archeologica, che fin troppo spesso in quegli anni risultano subordinate e in secondo piano.
Lungo il lato occidentale del Palazzo di Giustizia si estende un portico in direzione nord-sud con taberne in opera reticolata della prima metà del I secolo d.C., che dovevano essere decorate con colonne di alabastro e portasanta, capitelli di rosso e giallo antico, lastrine di marmi di varie qualità e misure. Sul lato meridionale sono documentate, esclusivamente dai rilievi del Calderini, una serie di muri e costruzioni di incerto inquadramento cronologico, la funzione dei quali non in tutti i casi è riconoscibile; grosse opere di canalizzazione e drenaggio delle acque e una cisterna sono documentati nella zona settentrionale.

Sul lato orientale vengono rinvenuti due sarcofagi appartenenti, come risulta dalle iscrizioni sulle loro tombe, a personaggi della stessa famiglia, Crepereia Tryphaena e Crepereio Euhodo, che furono sepolti nel fondo di un pozzo scavato nel terreno vergine e colmato con i materiali dello scavo II. Erano sistemati "fianco a fianco" e ciò sarebbe confermato anche dalla presenza della lavorazione solo su due lati, uno lungo e uno breve, di entrambi i sarcofagi, che uniti tra loro davano l'impressione di un 'unica sepoltura bisoma. Anche il coperchio del sarcofago di Crèpereia, ora disperso, si presentava decorato solo su due lati, come risulta dalla descrizione del Lanciani: "fastigiato con antefisse da un lato e battente scorniciato dall'altro". La caratteristica disposizione dei due sarcofagi potrebbe far pensare a una sistemazione delle due sepolture contemporanee in un monumento funerario. Ma il Lanciani parla di un "pozzo" scavato appositamente per la disposizione delle due casse marmoree e non descrive un muro, forse già demolito e riportato sul rilievo del Calderini, con orientamento E/O che continua per un breve tratto formando un angolo retto in direzione N/S, proprio nell' area in cui furono ritrovati i sarcofagi. Pur essendo ben lungi dal volere instaurare precise connessioni tra le sepolture e questo ipotetico edificio, si vuole con questa osservazione sottolineare la eventuale possibilità di errori e imprecisioni nelle descrizioni del Lanciani dovute, come già si è detto, a una sua limitata osservazione e partecipazione ai lavori di scavo.

L 'inaspettata scoperta richiama sul posto gli esperti del Comune di Roma per provvedere allo spostamento delle due casse marmoree, che sebbene fornite di coperchio sigillato risultavano piene di acqua. Viene quindi tolto il coperchio ai due sarcofagi decidendo di non spostarli per evitare danni al corredo funebre che compare solo nella tomba di Crepereia. Con notevole accuratezza si provvede al recupero del corredo e con straordinaria diligenza viene conservata anche la terra filtrata nell'acqua, in cui, durante l'attuale studio, è stato possibile recuperare frammenti di tessuto e fili d'oro.
Ad una quota più alta, rispetto alla coppia delle tombe dei Creperei, si rinviene un sarcofago strigilato che presenta al centro il ritratto non finito della defunta su cespo di acanto ed ai lati due eroti su roccia; sui fianchi sono raffigurati cesti colmi di frutta. Come coperchio fu utilizzato un soffitto a lacunari di travertino di tarda età repubblicana. Del sarcofago e del coperchio fu eseguito dal Marchetti un rilievo che ha permesso il riconoscimento dei due pezzi oggi conservati al Parco del Celio.

Nel novembre del 1889 durante i lavori per la sistemazione di via Ulpiano nell'angolo SE del Palazzo di Giustizia fu rinvenuto, nella demolizione di un edificio espropriato alla famiglia Maggiorani poi utilizzato come sede del cantiere per la costruzione del ponte Umberto I, un sarcofago con ritratto della defunta in clipeo e Geni delle Stagioni con coperchio frammentato lateralmente, decorato con amorini vendemmianti. Il sarcofago era stato già visto ne11882, come risulta da una lettera della direzione AABBAA al Ministero della pubblica istruzione durante la costruzione dell'edificio del Maggiorani: "un angolo del coperchio gli operai avrebbero spezzato e recato ai proprietari presso i quali dovrebbe conservarsi e che per non aver grattacapi coll' Autorità ne impedimenti al proseguire della fabbrica [...] avrebbero ordinato di spostare la fondazione [...] e lasciare tutto al posto ricoprendo il lato toccato". Nel 1889 viene quindi riscoperto il sarcofago con i Geni delle Stagioni e affiancato un altro sarcofago di enormi dimensioni a cassa liscia dalle pareti grossolanamente sbozzate e coperchio di reimpiego costituito da una grossa lastra di marmo con dedica imperiale.

Grosso interesse dovette risvegliare la scoperta dei sarcofagi e del corredo funerario di Crepereia Tryphaena, tanto che il ministro della Pubblica istruzione chiede delucidazioni alla direzione AABBAA sulla distinzione delle proprietà della zona per accertare la pertinenza dei ritrovamenti archeologici. A questa lettera è accluso uno schizzo, in cui viene indicata l'area del palazzo di Giustizia (A) con il ritrovamento dei sarcofagi (c, d) e la linea di confine (mn) della originaria proprietà militare acquistata dal Comune. Con c'è stato identificato il sarcofago di Crepereia, con d gli altri due sarcofagi, quello di Crepereio e quello con ritratto non finito con deposizioni maschili. Sicuramente c'è stato un errore nel contrassegnare i sarcofagi, dal momento che sappiamo, da tutte le descrizioni di scavo dell'epoca, che i sarcofagi dei Creperei furono trovati affiancati. Con B è indicata l'area del palazzo Maggiorani, in cui fu rinvenuto il sarcofago o, attraversata da una linea xz, lungo la quale dopo la demolizione del palazzo sorgerà il muraglione del Tevere.
I cinque sarcofagi sono stati sepolti in un arco di tempo che è compreso tra la metà del II e il III secolo d.C., come dimostrano le caratteristiche tipologiche e stilistiche dei rilievi. L 'area in cui sono stati rinvenuti è considerata da Lanciani come un fundus privato confinante con gli Horti Domitiae, che vengono citati per la prima volta dalle fonti in età adrianea; in questi giardini, infatti, Adriano decise di innalzare il grandioso mausoleo per se e per la famiglia imperiale. Ma la continuità di costruzioni, che risulta documentata lungo tutta la fascia meridionale e settentrionale dell'area del Palazzo di Giustizia, fa escludere, come ha notato la Andreussi, la possibilità supposta dal Lanciani di una distinzione di proprietà che dovrebbero confinare lungo l'asse mediano del Palazzo. Ne deriva che l'area dove sono attestate le sepolture dovrebbe coincidere con quegli Horti Domitiae, che sono ancora citati nell'ambito della XIV regione dai cataloghi regionari del IV secolo d.C. con la loro originaria denominazione, pur essendo stati incamerati dal demanio imperiale fin da età neroniana.

Le sepolture in questione sono state deposte in un'area di proprietà del demanio imperiale, particolarità questa non rara in Vaticano, ma che trova stringenti analogie con le estese necropoli ad ovest di Castel S. Angelo. Sappiamo, infatti, da Tacito che Nerone possedeva estesi giardini nel Vaticano e che qui accolse dopo l'incendio tutti i senzatetto in attesa della ricostruzione di molti quartieri della città. Nerone permise inoltre che la zona lungo la via Trionfale e comunque tutta l'area limitrofa continuasse a mantenere una destinazione sepolcrale, come dimostra la scoperta della necropoli dell'autoparco vaticano, in cui le deposizioni si collocano senza interruzione in un arco di tempo che va dall'età augustea al IV secolo d.C.. Come risulta dalle iscrizioni, numerose sono le sepolture di schiavi e liberti in età neròniana e in particolare va ricordata la presenza di lastre sepolcrali di due schiavi di Nerone addetti agli Horti Serviliani. Più a nord è attestata un'altra necropoli nell'area dell'Annona Vaticana con deposizioni collocabili tra la fine del I e la seconda metà del II secolo d.C.. disposte lungo l'antica via Trionfale. Ed un'ulteriore conferma dell'uso funerario di tutta la zona è attestata dall'estesa e monumentale necropoli sotto la Basilica di San Pietro.

Anna Mura Sommella
Crepereia Tryphaene

"Tolto il coperchio e lanciato uno sguardo sul cadavere attraverso il cristallo dell'acqua limpida e fresca, fummo stranamente sorpresi dall'aspetto del teschio, che ne appariva tuttora coperto dalla folta e lunga capigliatura ondeggiante sull'acqua. La fama di cosi mirabile ritrovamento attrasse in breve turbe di curiosi dal quartiere vicino, di maniera che l'esumazione di Crepereia Tryphaena fu compiuta con onori oltre ogni dire solenni, e ne rimarrà lunghi anni la memoria nel quartiere Prati. Il fenomeno della capigliatura è facilmente spiegato. Con l'acqua di filtramento erano penetrati nel cavo del sarcofago bulbi di una tal pianta acquatica che produce filamenti di color d'ebano, lunghissimi, i quali bulbi avevano messo di preferenza le loro barbicine sul cranio. Il cranio era leggermente rivolto verso la spalla sinistra e verso la gentile figurina di bambola. .." .

Con queste parole ricche di pathos, che ci permettono, a un secolo di distanza, di partecipare all'atmosfera di prodigio che circondò la scoperta, il Lanciani descrive l'apertura del sarcofago di Crepereia avvenuto sul luogo stesso del ritrovamento, due giorni dopo il recupero, il 12 maggio del 1889.
Il sarcofago era stato ritrovato, affiancato a quello di Crepereio Euhodo, con i sigilli ancora intatti, ma pieno d'acqua "penetratavi stilla a stilla attraverso le commessure del battente"; fu quindi necessario provvedere a vuotarne la cassa prima del trasferimento della sede museale e a " raccogliere diligentemente quanto vi fosse per avventura serbato " .La ricchezza del corredo superò certamente ogni aspettativa; infatti all'interno del sarcofago, oltre allo scheletro perfettamente conservato di una giovane donna, furono ritrovati i gioielli con i quali la defunta era stata ornata al momento della sepoltura, una corona di foglie di mortella con fermaglio d'argento che essa portava sul capo e una bambola dalle articolazioni mobili che " sembra lavorata in legno di quercia indurito e quasi pietrificato dalle acque". Che la bambola fosse di legno, di quercia o di ebano, fu creduto fino al recente restauro che ha permesso di identificare invece nell'avorio il materiale usato. Sottili lastrine d'avorio dovevano rivestire un piccolo cofanetto che forse conteneva i due pettinini e due specchietti in miniatura ritrovati anch'essi nel sarcofago. Un bastoncino tortile d'ambra e una lastrina, forse di cuoio, completavano il corredo. " Tutti gli ornamenti della persona furono da me raccolti presso a poco nel sito a ciascuno spettante, vale a dire gli orecchini da un lato e dall'altro del cranio, la broche fra le costole, gli anelli fra le falangi della mano sinistra e così via discorrendo". Sono questi gli unici dati forniti dal Lanciani sulla esatta collocazione degli oggetti; qualche altra notizia si ricava dalla descrizione dei gioielli fatta nello stesso " Bullettino " dal famoso orafo e antiquario Augusto Castellani e dall'attento studio dello scheletro.

I due sarcofagi di Crepereia Tryphaena e di Crepereio Euhodo furono esposti dal momento della scoperta fino al 1928 nella sala " dei sarcofagi " nel Museo del Palazzo dei Conservatori. Successivamente, con la creazione nel 1929 dell'Antiquarium Comunale al Celio, il museo destinato a documentare i vari aspetti della civiltà romana antica si provvide a sistemarvi le tombe dei CrepereII. Anche nella nuova presentazione i due sarcofagi furono esposti senza i coperchi che erano stati tolti per permettere di vedere attraverso il vetro di chiusura, gli scheletri e gli oggetti delle suppellettili di Crepereia sistemati " nel modo istesso come da principio vi erano stati collocati " .

Nel 1939 dopo lo sgombero e il parziale crollo dell'Antiquarium i due sarcofagi e il corredo tornarono nei depositi dei Musei Capitolini e furono esposti solo per brevi periodi; i gioielli a Torino nel 1961 in occasione della grande mostra su "Ori e argenti dell'Italia antica" l'intero corredo in una mostra a Palazzo Caffarelli dal 1967 al 1971.
Lo studio di questo interessante corredo, noto da quasi un secolo, ma citato solo marginalmente viene affrontato in maniera organica per la prima volta in questa occasione.

Il corredo funebre di Crepereia Tryphaena riveste un interesse scientifico rilevante per l'apporto di elementi certi che essa offre alla conoscenza degli aspetti meno noti della società romana antica; soprattutto per una classe sociale, quella dei liberti, alla quale doveva appartenere questa giovane donna vissuta in pieno II secolo d.C.
Morta all'età di circa vent'anni forse durante il regno di Marco Aurelio e di Faustina Minore, fu sepolta adorna dei suoi gioielli e con accanto gli oggetti più cari deposti nel sarcofago dalla pietas dei suoi parenti a ricordo della sua trascorsa adolescenza. Al momento della sepoltura portava sul capo una coroncina di foglie di mortella trattenuta da un fermaglio di piccoli fiori d'argento orecchini a pendente in oro e perle segnati dall'uso e una elegante collana d'oro con pendaglietti formati da piccoli cristalli di berillo. Una preziosa spilla d'oro con castone in ametista incisa tratteneva probabilmente la tunica di cui forse sono rimasti i resti nei frammenti di tessuto fossilizzato rinvenuti nel sarcofago.
I tre anelli, dalle dimensioni sorprendentemente ridotte, erano stati infilati nelle falangi superiori dell'anulare e del mignolo della mano sinistra; di particolare interesse è quello con castone di corniola nella quale sono rappresentate due mani che si stringono trattenendo un mazzo di spighe, identificato nella letteratura ottocentesca con l'anello nuziale, e l'altro con, ricavato nel cammeo, il nome Filetus.
Oltre ai gioielli erano stati deposti accanto alla defunta una serie di oggetti in miniatura, comunemente definiti giocattoli ma sulla cui esatta natura e significato è per ora difficile pronunciarsi.

La bambola dalle articolazioni mobili, perfetta nell'esecuzione che testimonia una maestria e una capacità artigianale notevoli, è indubbiamente l'oggetto di maggiore interesse di tutto il corredo sia dal punto di vista scientifico, per l'apporto che essa offre alla datazione della sepoltura, sia dal punto di vista emotivo per l'immediatezza del messaggio che essa trasmette anche ad un pubblico di non specialisti.
Il cofanetto rimontato con un attento lavoro di restauro su una struttura in perspex, in sostituzione della struttura lignea scomparsa, è un oggetto miniaturistico ricollegabile al corredo della bambola; questa al momento del ritrovamento aveva ancora infilato nel pollice un anellino a chiave del tipo usato nel mondo muliebre romano per gli scrigni porta gioielli. Anche i due specchietti d'argento e i pettinini in osso sono da ricondurre alla funzione di giocattolo. L 'elegante bastoncino tortile in ambra identificato come conocchia è un oggetto non funzionale ma piuttosto il simbolo di un'attività tipicamente femminile riprodotta in materiale pregiato.

Problematica resta la natura e l'uso di una lastrina rettangolare scorniciata, formata probabilmente da materiale organico pergamena o cuoio. Si tratta forse del rivestimento esterno di una lastrina di legno usata come elemento scrittorio. Infatti il ritrovamento di un frammento di questo materiale aderente a un elemento ligneo, potrebbe suggerirne l'identificazione con una tavoletta cerata. Elementi cronologici per la datazione di questa tomba sono offerti dalla convergenza dei dati forniti da alcuni oggetti del corredo e dagli elementi stilistici della decorazione del sarcofago. è senza dubbio la bambola a fornire il dato cronologico più preciso; infatti il tipo di pettinatura molto curato ne colloca la fabbricazione in un arco d t tempo estremamente limitato intorno alla metà del II secolo d.C. In quegli anni infatti era di moda un tipo di acconciatura, documentata da una serie di ritratti privati caratterizzato dalla fusione di elementi tipici della pettinatura di Faustina Maggiore e di quella di Faustina Minore.
Se la bambola pone un sicuro termine cronologico prima del quale la deposizione non può aver avuto luogo, il sarcofago e la presenza dell'ambra permettono di definire meglio la datazione della deposizione. Il rilievo del lato corto del sarcofago, presenta infatti quelle tendenze coloristiche che caratterizzano la scultura dell'età degli Antonini e orienta la datazione negli anni intorno al 170 d.C.
La datazione di questa tomba riveste una grande importanza anche perché offre dati di riferimento certi per una classe di oggetti, i gioielli, che per mancanza di ritrovamenti in contesti sicuramente datati sono spesso difficilmente collocabili entro ben precisi termini cronologici. Alcuni dei gioielli ritrovati nella tomba di Crepereia sembrano comunque essere di diversi decenni più antichi della deposizione come, ad esempio, gli orecchini e lo stesso anello con il nome Filetus. Un discorso a se merita la spilla con ametista incisa che è indubbiamente il pezzo di maggior pregio dell'intera parure: in essa arte orafa e glittica si sono armonicamente fuse nella creazione di un raffinato gioiello, che sembra essere di alcuni secoli più antico della deposizione e rientrare nella tradizione del gioiello ellenistico. L 'ipotesi che possa trattarsi di un gioiello di famiglia è naturalmente la più immediata, anche se la mancanza di dati certi sulla condizione sociale di Crepereia Tryphaena e sul momento in cui avvenne l'arrivo a Roma suo o della sua famiglia non ci permette di valutarne appieno il significato.

Dati sulla condizione sociale di Crepereia Tryphaena possono essere desunti dall'analisi onomastica delle due iscrizioni incise sul suo sarcofago e su quello della persona a lei strettamente legata, Crepereio Euhodo. Euhodus e Tryphaena sono infatti nomi di sicura origine greca, ma ampiamente usati a Roma da persone prevalentemente di estrazione servile. La brevità delle due iscrizioni non permette di sapere se i due personaggi fossero dei liberti, cioè ex schiavi di un Lucius Crepereius o se fossero invece discendenti di liberti. Per quanto riguarda il legame tra Euhodo e Triphaena e la famiglia dei CrepereII riveste notevole significato il fatto che nelle fonti epigrafiche si ritrovi nella seconda metà del II secolo d.C. un gruppo di personaggi di questa famiglia che operano in Oriente.

BAMBOLA IN AVORIO (clicca per vedere la foto)

Inv. 469. Alt. cm. 23; alt. tronco e testa cm. Il,4; testa cm. 3,3; largh. spalle cm. 6,4; largh. bacino cm. 6,2; lungh. gambe cm. Il,8; lungh. piede cm. 2,4; lungh. braccia cm. 12,2; lungh. mani cm. 2,4.
Scheggiata in più punti manca della parte superiore del labbro, di piccole ciocche sulla fronte e della punta del piede sinistro; presenta profonde fessurazioni sulla testa e sul corpo e una sfaldatura sulla gamba sinistra .
La figurina dalle articolazioni snodate ha testa e tronco intagliati in un unico pezzo, arti superiori che si raccordano al corpo mediante imperniatura e arti inferiori che si innestano negli appositi alloggiamenti incavati all'interno del bacino grazie ad un accurato sistema ad incastro fissato con perni; analogo collegamento rende possibili l'articolazione del gomito e del ginocchio.

(clicca per vedere la foto)

Questo tipo di articolazione è studiato per permettere alle gambe e alle braccia soltanto i movimenti anatomicamente corretti; il lavoro è stato eseguito con una precisione e una perizia tali da richiedere la padronanza di uno straordinario livello tecnico, come può notarsi, ad esempio, nella perfezione dell'incastro tenuto da piccoli perni perfettamente mimetizzati.

L 'eccezionalità di quest'opera è sottolineata dal fatto che tra gli esemplari noti, solo la bambola ritrovata nella chiesa di San Sebastiano sull'Appia presenta un sistema di articolazione simile, anche se non altrettanto curato, in particolare nell'attacco delle gambe al bacino '. La maggior parte delle bambole romane invece, sia quelle anatomicamente più realistiche che quelle più stilizzate' è caratterizzata, per quanto riguarda il collegamento degli arti inferiori, da un anomalo prolungamento del torso che permette l'innesto di entrambe le gambe su uno stesso setto trasversale.
Il corpo della bambola di Crepereia è generalmente stilizzato, con qualche compiaciuta notazione realistica come i piccoli seni e il morbido modellato del ventre; le braccia sproporzionalmente lunghe terminano con mani curate fin nei minimi particolari, come il disegno delle falangi e delle unghie nelle dita affusolate; i piedi di una plasticità accentuata, presentano una sensibile arcuazione della pianta e una estrema precisione di dettaglio.
Un piccolo capolavoro di intaglio è la testa con i tratti del viso ben caratterizzati e la capigliatura rappresentata con una precisione e una eleganza eccezionali; da essa emerge il morbido ovale del viso con naso diritto, bocca ben disegnata, occhi allungati con iride e pupilla semilunante, segnate plasticamente, che conferiscono al volto un'espressione intensa ed assorta.
I capelli spartiti in mezzo alla fronte, scendono con morbide ondulazioni a incorniciare il viso, lasciando scoperta solo la parte inferiore delle piccole orecchie dai lobi forati per sospendervi gli orecchini. Le lunghe chiome, spartite sulla nuca in più elementi, sono attorte intorno al capo a formare un primo giro che delimita il motivo ad onda e sono raccolte sulla sommità della testa, in un cercine molto piatto in cui confluisce anche il gruppo di trecce che salgono dalla nuca.
La differenza di resa plastica tra il tronco e gli arti da un Iato e la testa, le mani e i piedi dall'altro, potrebbe trovare la sua giustificazione nell'ipotesi che la bambola indossasse degli abiti, di cui forse rimane traccia nei resti di tessuto fossilizzato, rinvenuto all'interno del sarcofago. Questa ipotesi trova indiretta conferma sia nelle fonti letterarie greche, che ricordano la dedica di bambole e dei loro vestiti alla divinità - Saffo secondo un passo di Ateneo IX, 410), offrì ad Afrodite i veli purpurei delle sue bambole -; sia nel rìtrovamento di minuscoli gioielli, nel sarcofago di Crepereia. Un anellino d'oro del tipo a chiave, un altro a castone, due minuscole perle forate che appartenevano a degli orecchini, una perla e due vaghi di pasta vitrea e resti di spiraline d'oro attribuibili forse ad una collana formavano infatti i preziosi ornamenti della bambola;
L'estrema raffinatezza di trattamento di questa piccola scultura, caratterizzata da una probabile testa-ritratto che le conferisce l'identità di una persona adulta, non trova riscontro, come già rilevato per i dati tecnici, nella produzione di bambole ritrovate in deposizioni di giovani donne, da collocarsi in un arco cronologico tra il primo e il quarto secolo d.C.
La scarsa e lacunosa bibliografia sull'argomento non permette per ora uno studio comparativo approfondito di questa classe dl materiali. La conoscenza diretta di numerosi esemplari porta a dividere gli oggetti noti in due classi principali: alla prima appartengono un gruppo di figure di avorio, e un raro esemplare in ambra di dimensioni intorno ai 20 cm. , caratterizzate da articolazioni mobili e da teste con acconciature che riproducono fedelmente quelle di moda al momento della 'oro fabbricazione; alla seconda appartengono invece esemplari in osso di dimensioni anche ridottissime con un corpo piatto e stilizzato e arti rigidi applicati per mezzo di un filo passante in appositi fori con la tecnica delle marionette; anche in questi casi la testina presenta una più accurata lavorazione e caratterizzazione.
Che entrambi i tipi fossero dei giocattoli sembra fuori di dubbio, anche se, di fronte ad alcuni esemplari, quali ad esempio la bambola della mummia di Grottarossa o quella cosiddetta della vestale Cossinia, rinvenuta con ornamenti d'oro al collo ai polsi e alle caviglie. o le altre conservate ai Musei Vaticani, come soprattutto quella di Crepereia, si resti perplessi sia per il notevole livello artistico e per il pregio di queste piccole opere d'arte, sia anche per l'età non sempre infantile delle defunte cui appartennero; la stessa Crepereia aveva all'incirca vent'anni.
Un chiarimento per entrambi i quesiti può essere ricavato dalle fonti antiche. Da esse si desumono innanzitutto la funzione educativo-formativa che i Greci attribuivano ai giochi e ai giocattoli (Platone, Leggi, l, 643; VII, 794; e Aristotele, Politica, VI!, 15) ed anche il profondo contenuto religioso che veniva riconosciuto sia ai giochi ginnici e alle gare in genere che ai semplici giochi infantili; questo giustifica l'alto valore artistico dei giocattoli greci creati spesso da quegli stessi artisti che eseguivano i doni votivi per i santuari.
Aveva un ben preciso significato religioso e simbolico l'offerta che fanciulle e fanciulli greci dedicavano alle divinità protettrici della loro infanzia, nel momento in cui varcavano la soglia dell'adolescenza; le giovani spose che spesso nel mondo greco, come anche in quello romano, non avevano più di quindici anni, consacravano le loro bambole ad Artemide o ad Afrodite in Grecia, ai Penati prima e a Venere poi in Roma.

Un autore ellenistico sconosciuto ci ha lasciato in un passo dell'Antologia Palatina, il ricordo degli oggetti che, alla vigilia delle nozze, la giovane Timareta offrì ad Artemide per impetrarne la protezione; la futura sposa dedicò alla dea le sue cose più care, i simboli dell'infanzia trascorsa: i tamburelli, la palla, la reticella che tratteneva i suoi capelli, le bambole con i loro vestiti.

Analoghe testimonianze ritroviamo negli scrittori latini: " erano soliti, i fanciulli quando entravano nella adolescenza consacrare ai Penati le loro bulle, analogamente le fanciulle (erano solite consacrare) le bambole".
Puntuale conferma archeologica di questa tradizione sono in Grecia i ritrovamenti di giocattoli nel tempio di Artemide ad Efeso; nel Lazio le recenti scoperte a Lavinium di statue di giovinetti che recano come offerte dei giocattoli e spose che offrono invece oggetti simbolo di fertilità, sembrano attestare un'origine piuttosto antica di questa tradizione".
La precisione che potremmo definire calligrafica nella rappresentazione dell'acconciatura, costituisce un elemento prezioso per la datazione della bambola e conseguentemente un ben preciso punto di riferimento cronologico per l'intero corredo. Questo tipo di pettinatura, dalla struttura molto articolata e complessa, era in auge nell'ultimo periodo del regno di Antonino Pio, morto nel 161 d,C., come può ricavarsi dai numerosi ritratti privati databili intorno alla metà del secolo.
Questi presentano un tipo di acconciatura che unisce elementi caratteristici di Faustina Maggiore, moglie di Antonino Pio morta nel 141. ma della quale conosciamo ritratti e con II monetali postumi, con gli elementi innovatori delle pettinature con le quali Faustina Minore compare nei ritratti e nella monetazione riferibili agli anni intorno alla metà del II secolo d.C.

La bambola nella cui pettinatura si fondono armonicamente elementi dell'acconciatura di Faustina Maggiore, quali il complesso raccordarsi sulla nuca di piccole trecce che vanno a raccogliersi sulla sommità del capo, ed elementi che sono invece propri dell'acconciatura che Faustina Minore adottò subito dopo il 150, caratterizzata da capelli spartiti sulla fronte che scendono con morbide e gonfie ondulazioni ad incorniciare il viso, coprendo in parte le orecchie, permettono di porre l'esecuzione di questo giocattolo non prima della metà del II secolo, negli anni tra il 150 e il 160 d.C. Dal tardo periodo Antonino è infatti caratteristico il gonfiarsi delle chiome che, spartite in mezzo alla fronte, scendono con morbide ondulazioni ad incorniciare il viso coprendo in parte le orecchie, come nel bellissimo ritratto di Faustina Minore dalla casa delle Vestali o nel delicatissimo ritratto da Copenhagen.

Gli esempi più vicini alla acconciatura della bambola di Crepereia, sono comunque da ricercarsi nella ritrattistica privata in cui è documentata tutta una serie di varianti che testimoniano la libertà con cui si aderiva alla moda del momento. Un ritratto privato, già creduto di Faustina Maggiore, al Museo Capitolino, caratterizzato da una pesante acconciatura con un complesso intrecciarsi dei capelli raccolti sulla sommità del capo in un cercine piatto, offre infatti il confronto più pertinente.


Anna Mura Sommella

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