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Statue

Presentazione

Il Guardasigilli Giuseppe Zanardelli, nel progettare il monumentale palazzo sul lungotevere che oggi ospita la Corte di Cassazione, si proponeva, come disse, di erigere un “Tempio alla Giustizia”.
Forse pensava, come Francesco Bacone, che “il luogo della giustizia è un luogo sacro”, un’idea che trova una sua piena giustificazione nella visione cristiana della realtà sociale, secondo la quale la giustizia è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La Giustizia è una delle quattro virtù cardinali – Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza – ossia una di quelle virtù che costituiscono i pilastri di una vita dedicata al bene.
Un’idea questa già presente in Platone, il quale nel dialogo “La Repubblica” mette in evidenza che all’anima «non è dato di curar bene se diventa malata o è già malata» e il giudice «governa l’anima con l’anima», sicché «non è ammissibile che la sua anima sia stata educata sin dalla giovinezza tra anime malvagie e le abbia frequentate, né che sia passata attraverso ogni sorta di ingiustizia, così da arguire con acutezza le colpe altrui dalle proprie, come accade per le malattie del corpo; ma durante la sua giovinezza dev’essere rimasta inesperta e immune dalle cattive abitudini, se deve distinguere il giusto in base alla propria onestà … Ecco perché il buon giudice non dev’essere un giovane, ma un vecchio che ha imparato tardi che cos’è l’ingiustizia, senza averla sentita presente nell’anima come un qualcosa di proprio, e che solo dopo un lungo periodo di tempo arriva a comprendere la sua natura di male per averla studiata negli altri come un vizio a lui estraneo, grazie alla scienza acquisita e non per esperienza personale».
Il “Tempio alla Giustizia”, proprio come ogni tempio, non restò un vuoto susseguirsi di ambulacri, aule, stanze, corridoi, ma fu presto popolato d’anime, che trovarono espressione visibile nelle statue dei giuristi che sul lungotevere conducono da destra e da sinistra al cortile centrale dove altre statue affiancano la celebrazione della Giustizia sotto il cielo di Roma. A queste statue abbiamo dedicato il calendario di quest’anno.
Alcune di tali statue appaiono, in relazione al luogo dove si trovano e all’attività che vi si svolge, particolarmente significative e oggi sembrano una premonizione. Si tratta delle statue di Giulio Paolo, Emilio Papiniano, Erennio Modestino, Ulpiano e Gaio, i giureconsulti le cui opere dovevano costituire riferimento per l’interpretatio secondo la c.d. “legge delle citazioni” voluta nel 426 da Valentiniano III d’oriente e recepita più tardi da Teodosio II d’occidente. Tale legge si prefiggeva lo scopo di limitare la discrezionalità del giudice prevedendo norme automatiche per la risoluzione delle controversie e relegando il principio del libero convincimento del giudice a casi del tutto residuali. Non è difficile scorgevi l’ansia, che tormenta anche il mondo presente, di predisporre uno strumento che assicuri l’interpretazione conforme della legge, quella nomofilachia che il nostro ordinamento ha affidato alla Corte di Cassazione, che proprio in questo singolare “tempio” svolge la sua attività.
Le altre statue – da Marco Antistio Labeone a Marco Tullio Cicerone, da Ortalo Quinto Ortensio a Lucio Licinio Crasso, da Salvio Giuliano a Bartolo da Sassoferrato, da Giambattista De Luca a Giandomenico Romagnosi e Giambattista Vico – narrano, insieme con le altre statue cui è già stato fatto riferimento, una storia attraverso i secoli dell’evoluzione del pensiero giuridico e della riflessione filosofica sulla giustizia. Quasi un coagularsi nella pietra dell’opera dello ius dicere che dal passato proietta sul presente i suoi irrinunciabili principi.
Questa lunga teoria di statue culmina nel cortile centrale in un complesso monumentale dove svetta una Giustizia trionfante, con il capo cinto da una corona regale, che innalza al cielo una fiaccola nella mano destra, mentre nella mano sinistra stringe i libri della legge, quasi a voler interpretare simbolicamente il valore illuminante del diritto nel difficile viaggio dell’uomo nella società. La Giustizia trionfante (fig. 1) è posta sotto il segno di Roma, fonte della civiltà giuridica occidentale – raffigurata dalla mitica lupa (fig. 2) che allatta i gemelli Romolo e Remo, che sovrasta dall’alto l’intero complesso monumentale –, e guarda il volto di donna incoronata di raggi che le sta di fronte.
Sull’opposto prospetto del cortile, nella quale si è vista effigiata l’Italia, interpretazione, questa, favorita dal fatto che il volto radiato è posto tra due leoni che reggono lo scudo sabaudo (fig. 3).
Ai piedi della Giustizia è collocata una testa di donna con l’elmo, rappresentazione iconografica della dea greca Atena (fig. 4), dea della sapienza e della saggezza.
Ad indicare simbolicamente che l’affermazione della giustizia richiede un perfetto grado di conoscenza delle cose (la sapienza, appunto), che abiliti al discernimento e alla capacità di valutare le situazioni della vita con prudenza e ragionevolezza sulla base dell’esperienza (la saggezza): di ciò si ritrova un’eco significativa all’interno dell’Aula Magna dove lungo le pareti di destra e di sinistra emergono bassorilievi raffiguranti una civetta, animale sacro ad Atena, che, con il suo sguardo acuto, personifica la luce come uscita dalla tenebre indicando la rivelazione, a sottolineare ancora una volta la forza illuminante del diritto consacrato nel giudizio(fig. 5).
L’accesso al cortile dall’esterno del palazzo è consentito da un arco sovrastato da un complesso di sculture (opera della scultore Enrico Quattrini) raffiguranti ancora una volta la Giustizia, collocata tra la Forza (la figura maschile con il leone sulla sua destra, per chi guarda) e la Legge (la figura femminile con il libro sulla sinistra) (fig. 6), e questa volta rappresentata, diversamente per quanto accade per la scultura centrale del complesso monumentale nel cortile, senza la corona sul capo, ma con il simbolo tradizionale della spada sguainata nella mano destra, mentre nella sinistra stringe le “tavole della legge”.
Effettivamente l’effigie della Giustizia, che giganteggia nel cortile centrale, non reca quella simbologia tradizionale – la spada e la bilancia – che caratterizza molte altre statue raffiguranti la Giustizia, come quella posta presso la Corte di giustizia dell’Australia (che presenta una testa radiata che ricorda molto la statua della Giustizia collocata nel cortile interno del Palazzo di giustizia di Milano), o quella della Cappella Corsini in S. Giovanni del Laterano, o ancora quella in cima al Dublin Castle (una scultura singolare che volge il fronte al palazzo un tempo sede degli invasori inglesi e le spalle alla città, a simboleggiare quel che potevano aspettarsi gli abitanti di Dublino dalla “giustizia britannica”), o ancora quella in cima alla cupola dell’Old Bailey di Londra, o infine quelle poste sulla piazza del municipio di Francoforte o tra i merli del palazzo pretorio di Capodistria. Più “fuori dal coro” si presentano le statue della Giustizia poste innanzi alla Corte Suprema russa – che sostituisce il simbolo della spada con uno scudo come a voler rafforzare il valore della “tutela” di cui la giustizia è inalienabile presidio – e innanzi alla Corte Suprema degli Stati Uniti, sul lato nord dell’entrata principale, la quale offre un’immagine di una giustizia in meditazione, evocativa di quella sapienza e saggezza che devono connotare la sua azione.
La riconoscibile ieraticità che generalmente esprimono le sculture raffiguranti la “Giustizia” confermano quell’appartenenza di quest’ultima alla “sfera del sacro”, che aveva caratterizzato l’idea ispiratrice di Zanardelli nel progetto di quello che fu impropriamente definito “il Palazzaccio”. Oggi quest’impalpabile “aura” sembra essersi smarrita nel respiro affannato di un tempo che non riconosce più nella “sacertà dei luoghi” uno dei criteri
valoriali di identificazione di una comunità, con il rischio concreto che finisca per prevalere una umiliante, quanto devastante, concezione impiegatizia ed economicistica della giustizia, una spiaggia desolata dove muoiono come relitti di un tragico naufragio i diritti fondamentali dell’uomo.
Ma anche il peggiore dei giorni finisce nel rosa di un’alba e ad ogni tempesta segue un arcobaleno: c’è sempre nel cuore degli uomini un “domani migliore”. Questa “attesa” può, deve, essere stimolata e promossa dall’esercizio di una giurisdizione che sappia recuperare la consapevolezza di interpretare il ruolo irrinunciabile di difesa ultima di quei diritti “non negoziabili” che fanno l’uomo “persona” e non mero accidente economico della struttura sociale.

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